CORONAVIRUS E SPORT: SPUNTI DI RIFLESSIONE PER AMATORIALI E PROFESSIONISTI

Lo sport in Italia

A differenza di quello che si possa immaginare, l’Italia è una paese di santi poeti e sportivi (e in questo momento di virologi e matematici). In Italia c’è una realtà sportiva ogni 631 abitanti: più dei tabaccai (1 per 808), più dei bar (1 a 942), più delle scuole (1 ogni 1.061) e delle panetterie (1 per 1210). Parliamo di 34 milioni di cittadini coinvolti. Sommando tutti gli iscritti alle varie ramificazioni del Coni, si supera quota 12,4 milioni. Significa che un italiano su cinque è iscritto ad un’associazione, due su cinque preferiscono la pratica prettamente amatoriale. (LINK DIRETTO)

Il calcio domina queste statistiche in maniera netta. Guardando solamente ai dati della FIGC (quindi trascurando quelli degli enti di promozione sportiva come CSI e ASC), siamo di fronte a 12.449 squadre e 1.355.993 tesserati. Ogni giorni si giocano, in media, più di 1.600 partite, quindi vi sono più di 32.000 atleti impegnati, esclusi gli allenamenti! (LINK DIRETTO)


Attività amatoriale

Volendo offrire una stima qualitativa dell’attività amatoriale, possiamo prendere l’esempio di Battipaglia, città con 50.000 abitanti. In un raggio di 5 Km dal centro cittadino, risultano attivi almeno 20 centri sportivi per la pratica del calcio amatoriale nelle sue varie declinazioni (calcio a 5, a 6, a 7, a 8, a 11).

Facciamo delle ipotesi: 2.5 partite in media a sera in ognuno dei 20 centri sportivi e solamente 10 individui coinvolti in ogni partita, tutti provenienti da Battipaglia. Ebbene, in tal caso avremmo 500 persone coinvolte nell’attività amatoriale ogni sera nella sola zona in esame, quindi l’1% della popolazione. Proiettiamo su tutta la popolazione italiana, cosa scorretta a livello statistico ma è giusto per avere una idea qualitativa della situazione: ogni sera in Italia giocano a calcetto 600.000 italiani. Ogni sera.

Il coronavirus ha spezzato queste statistiche, avendo un impatto clamoroso. Il lettore non deve cadere nel tranello del:“ci sono cose più importanti dello sport in questo momento”. Ovviamente non andare a giocare per 3-4 settimane non può essere in alcun modo un peso, altrimenti il problema diventa di competenza degli psichiatri non dei virologi.

Tuttavia questo si ripercuote in maniera enorme sul Pil, il Prodotto interno lordo: comprendendo anche i servizi accessori (turismo, produzione di beni e servizi, et similia) lo sport ne rappresenta addirittura il 3 per cento. La moda, giusto per dare un termine di paragone, è al 4 per cento. Lo sport non è un gioco. Lo sport è un’industria che genera lavoro per milioni di cittadini. Ora questa industria è ferma, con ripercussioni ancora non quantificabili.

In sintesi, sommando i praticanti “continuativi” (25,7%) e quelli “saltuari” (9,6) si raggiunge quota 35,3% della popolazione, cioè più di 20 milioni di sportivi attivi. La domanda è: qual è il rischio della pratica sportiva durante questa epidemia di coronavirus COVID-19?


Il tasso di contagio nello sport

Il tasso di contagio, valore che spesso state leggendo sparso qua e là (QUI LA SPIEGAZIONE), può essere sinteticamente definito come Re=SAR*c. Il fattore SAR (Secondary Attack Rate), senza entrare troppo nello specifico, pesa la probabilità di essere contagiati da un soggetto infetto, il fattore c bada al numero di contatti potenziali. La risposta si declina, dunque, in due considerazioni parallele: il rischio in relazione al contatto e il rischio nella pratica in sé stessa.

Parlare del rischio di contatto tramite attività sportiva sembra decisamente pleonastico. Dovendo diminuire i contatti (QUI LA SPIEGAZIONE) appare ovvio non sia possibile effettuare alcuna attività sportiva che implichi contatti diretti (DEFINIZIONE). Tuttavia è bene entrare nello specifico anche se alcune considerazioni possono sembrare banali.

Sappiate che mi è stato chiesto da più parti se fosse possibile andare a giocare a calcetto, mentre era in vigore l’obbligo di restare a un metro dalle altre persone. Capisco che alcuni calciatori non siano abituati a marcare gli avversari, però la domanda mi è sembrata alquanto eccessiva lo stesso.

Come chiarito dal Presidente della Regione Campania in data 13 Marzo, gli unici spostamenti consentiti sono quelli necessari: lavoro, medicina, spesa e poche altre cose. Queste decisioni seguono il principio della minimizzazione dei contatti, non sono una conseguenza della pericolosità di una passeggiata o di una corsetta in sé.

Chiariamo questo aspetto: il virus NON si diffonde attraverso l’aria (ci mancherebbe altro) ma attraverso il contatto con le così dette goccioline respiratorie o altro tipo di secrezione. Ribadiamolo per sicurezza: il coronavirus si trasmette per contatto diretto, la raccomandazione è, pertanto, di restare a 2 metri dalle altre persone ed evitare vicinanza per più di 15 minuti.


Comportamenti nello sport

Gli sport di squadra sono automaticamente esclusi, essendo impossibile giocare tenendo compagni e avversari a 1 metro. Qualsiasi discussione su struttura al chiuso o all’aperto è senza senso per l’obiettivo di questa trattazione. Vi sono state ampie discussioni sulla possibilità di giocare a Tennis, ma rientra nelle problematica di assembramento a corollario dell’evento sportivo e soprattutto sulla disinfezione degli ambienti.

Abitudini tipiche di calcio, pallavolo o basket, come scambiarsi casacche, oggetti (il pallone), bere dalla stessa borraccia, e soprattutto, tendere sovente al contatto fisico con scambio (involontario, sia ben chiaro) di saliva e muco, sono ovviamente da evitare nell’ottica della diminuzione dei contatti diretti.

Prima dell’inasprimento delle misure, le palestre (come la nota catena Virgin) avevano preso opportune misure, distanziando gli strumenti e diminuendo il numero di partecipanti ai corsi. Andare in piscina (vista anche l’azione disinfettante del cloro) sembrava una buona soluzione (corsie separate) ma con rispetto stringente delle comunissime norme (doccia prima di entrare in acqua).

Immaginate di toccare senza guanti uno strumento della palestra sul quale hanno starnutito e poi mettere le vostre mani a contatto con bocca, occhi o altre mucose, senza averle prima disinfettate. Tutti comportamenti a rischio. Poi possiamo stabilire quale sia la percentuale di questo rischio ma non è questa la sede. Anche in questo caso, ovviamente, il pericolo di assembramento corollario ha fatto propendere per la chiusura.


Droplet e superfici

Il problema di tutta la questione sono le piccole goccioline di secrezione (in inglese, droplet) dal naso o dalla bocca, che si diffondono quando una persona tossisce, starnutisce o semplicemente espira. Ciò non significa che il contagio sia automatico, ovviamente, stiamo parlando di minimizzazione della probabilità.

Tali goccioline, oltre al contatto diretto che si può avere (da cui la necessità di evitarlo), cadono su oggetti e superfici intorno alla persona potenzialmente infetta. Non è un problema in assoluto: esse dopo un certo periodo o dopo opportuna disinfezione scompaiono. Tuttavia è possibile venire a contatto con le secrezioni prima che gli agenti patogeni siano eliminati, toccando queste superfici e poi toccando gli occhi, il naso o la bocca.

Supponendo che l’attuale virus, il SARS-CoV2 abbia lo stesso comportamento di altri coronavirus simili, esso può rimanere attivo (tenendo conto una temperatura di 25°C) su superfici di vario genere da un minimo di qualche ora a un massimo di una settimana.

Teoricamente basta una disinfezione di 60 secondi con alcol (etanolo 70%), perossido di idrogeno allo 0,5% (acqua ossigenata) e con ipoclorito di sodio allo 0,1% (candeggina o varechina). Attenzione a diluire, nel caso, i prodotti in acqua essendo, in genere, più concentrati del necessario. La cosa più semplice, come ripetuto da tutti e ovunque, è lavarsi le mani sempre e comunque. Punto.

Se ne deduce, quindi, che il problema delle palestre, dei centri sportivi e quindi degli spogliatoi sia:

  • L’affollamento, perché la probabilità di contatto stretto è enorme.
  • La mancata disinfezione delle superfici, non essendoci tempo materiale per farlo prima del contatto (mai messo le mani sugli occhi mentre giocavate a pallavolo?)
  • Il mancato rispetto delle norme igieniche dei partecipanti (doccia prima di entrare in acqua, proprio asciugamano in palestra, non bere dalla stessa borraccia negli sport di squadra, etc.).

A livello medico e statistico, andare a fare una passeggiata da soli, andare a correre o prendere la bicicletta, non presenta alcun rischio di contagio di per sé, perché teoricamente non si viene a contatto con portatori di COVID-19. I decreti attuali non sono oggetto di questa trattazione ma è bene sottolineare come sia assolutamente consentito andare a correre (in bici o a piedi) per tenersi in forma, come previsto dal decreto del presidente del consiglio dell’11 marzo (CHIARIMENTO DELLA REGIONE CAMPANIA 13 MARZO), sempre tenendo una opportuna distanza dagli altri e le altre precauzioni note (LINK DIRETTO).

Tuttavia in data 14 Marzo la Regione Campania ha comunicato ulteriori precisazioni a riguardo (LINK DIRETTO): “le descritte condotte, anche ove assunte in forma individuale, creano di fatto situazioni di assembramento o comunque di affollamento, stante l’impossibilità di contingentamento dell’accesso ed espongono al rischio incontrollato di contatto e, quindi, di diffusione del contagio“.


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